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1818: IL CORPO DI SAN FRANCESCO
E’ RIPORTATO ALLA LUCE
rano
trascorsi sessanta anni dal primo scavo effettuato da padre
Ubaldo Tebaldi (1755-56), quando padre Nicolò Papini,
nel 1806, in qualità di Ministro generale dell'Ordine,
ottenne da Papa Pio VII il permesso di effettuare un nuovo scavo,
al fine di riportare “alla luce” il tumulo-sepolcreto
di San Francesco d’Assisi.
Il Pontefice concesse volentieri l'autorizzazione richiesta,
raccomandando la massima segretezza durante l'esecuzione dei
lavori.
A tale scopo padre Papini scelse un coadiutore nella persona
del padre Angelo Gamberini, Custode del Sacro Convento, il quale,
a sua volta, si fece affiancare da otto confratelli «di
buon cuore e senza lingua», per effettuare lo scavo.
Si scelse il pavimento sotto il trono papale, come il punto
più adatto per iniziare i lavori. Si sarebbe lavorato
di notte, e al mattino si sarebbe ricoperta l'apertura con la
predella del trono, in modo che nessuno si avvedesse dello scavo.
Tutto avvenne con la massima segretezza.
Fu creato un tunnel lungo circa sette metri, e dopo due mesi
di lavoro estenuante, sempre condotto nottetempo, si arrivò
sotto l'altare, fino al calcestruzzo che riempiva il loculo.
A questo punto si dovettero interrompere i lavori, per l'avvicinarsi
di eventi poco rassicuranti (l’occupazione napoleonica),
e quindi non si arrivò al sarcofago contenente il corpo
di San Francesco, che si trovava più in basso, sotto
tre grandi lastroni di travertino.
Passata la bufera napoleonica, si pensò di riprendere
i lavori di scavo, che erano stati
interrotti nell'anno 1807, ma che avevano aperto l'animo a grandi
speranze. Il padre Papini mise al corrente il suo successore,
subentrato nel governo dell'Ordine: padre Giuseppe De Bonis.
Questi si rivolse al Pontefice perché, con la sua autorizzazione,
venissero ripresi i lavori di scavo. Narra il Guadagni: «Sotto
il settembre 1818 per Rescritto firmato di proprio pugno dal
papa Pio VII, che rimane presso il medesimo Padre Generale,
gli venne accordata la facoltà di poter trovare l'entrata
onde rinvenire il Sacro Deposito (il corpo di San Francesco)
e valersi a tale oggetto di persone di sua fiducia, imponendo
alle stesse, a nome della Santità Sua, un inalterabile
rigoroso precetto di segretezza».
Il 6 ottobre 1818, Padre Bonaventura Zabberoni, in quel tempo
Custode del Sacro Convento, riprese i lavori di scavo iniziando
dallo stesso punto (sotto il trono papale) dove aveva iniziato
il Padre Papini nel 1806. Ad indicarlo furono tre fratelli del
Sacro Convento, i quali, dodici anni prima, avevano fatto parte
degli scavatori.
Da una relazione stesa dal padre Zabberoni risulta quanto segue:
«Tolte le pietre dal pavimento sotto il trono papale,
si constatò che in quel luogo era stato precedentemente
praticato uno scavo, riempito però con terriccio e pietre.
Tutto fu rimosso, man mano che si procedeva verso l'altare maggiore.
Furono trovati 4-5 puntelli di legno a sostegno del soprastante
pavimento della chiesa. Il corridoio realizzato precedentemente
era molto stretto e basso: vi si camminava curvi e quasi “carponi”.
Esso si estendeva fin sotto l'altare maggiore. Arrivati a questo
punto, gli operai si imbatterono in un grande masso di calcestruzzo,
che venne frantumato per mezzo di “puntuti ferri, pesanti
mazze, martelli e picconi”.
Il lavoro fu lungo e durissimo. Molti ferri andarono in pezzi,
per la cui riparazione si fece ricorso ai fabbri di Perugia
e di Foligno. Tolto il calcestruzzo, apparve un vano rettangolare,
circondato da quattro parti con belle pietre lavorate, mentre,
sotto i piedi degli operai veniva apparendo una pietra che poi,
liberata da tutti i frantumi che la ricoprivano, si rivelò
essere un grande lastrone di travertino conficcato nelle pareti
in tutti e quattro i lati del vano. A forza di colpi di mazze
e di ferri, il lastrone, che aveva uno spessore di circa 20
cm., fu ridotto in pezzi. Dopo aver rimosso uno strato di calcestruzzo
di circa 5 cm., apparve un secondo lastrone, identico al primo,
ugualmente incastrato nelle quattro pareti del loculo. Anch'esso
fu ridotto a pezzi. Mentre si procedeva in tale operazione,
si udiva un rimbombo che stava a indicare un vuoto sottostante.
Asportati tutti i frammenti di pietra, apparve un terzo lastrone.
Fu praticato un foro da un lato e si vide una grata di ferro
che ricopriva un sarcofago. Attraverso i fori della grata fu
introdotta una candela accesa, legata ad un filo di ferro, al
lume della quale apparve un cadavere.
Al terzo lastrone fu applicato un grosso anello di ferro mediante
il piombo e, per mezzo di una leva, la grande pietra fu sollevata
di oltre mezzo metro. Fu allora che, introducendo di nuovo una
candela, apparve il cadavere in tutta la sua lunghezza, dalla
testa ai piedi.
Qui terminò l'estenuante lavoro, che si era protratto
per 52 notti. Era il 12 dicembre 1818. Il padre Custode Zabberoni
inviò una dettagliata relazione al padre Generale Giuseppe
De Bonis, il quale, a sua volta, informò il Pontefice
Pio VII».
Per ordine dello stesso Pontefice, il padre Generale
De Bonis, in data 22 dicembre 1818, pubblicava la seguente Notificazione.
«Essendo giunto a notizia della Santità di nostro
Signore Papa Pio VII, felicemente regnante, che dopo una lunga
laboriosissima indagine siasi rinvenuto il corpo del Serafico
Padre San Francesco d'Assisi, si fa a tutti noto, qualmente
è sua volontà, che prima di tutto si venga ad
una quanto segreta, altrettanto giuridica autentica ricognizione,
per cui ha già destinato nella sua saviezza distinte
e sagre persone, perché avutone poi rapporto (qualora
sussista un tale ritrovamento) possa, non senza maturo consiglio,
venire a quelle determinazioni che crederà più
opportune per esporre alla pubblica venerazione quella Sagra
Spoglia.
Fatta poi l'accennata autentica ricognizione, vuole e comanda
a me infrascritto Ministro Generale dei Minori Conventuali di
far chiudere sull'istante l'accesso in guisa che si renda impenetrabile
a chiunque, sotto pena della scomunica immediatamente a lui
riservata, lasciando a se il prendere le ulteriori determinazioni
su quell'oggetto; essendo parimenti ordine preciso del S. Padre
di renderlo a tutti noto. Dato in Roma, li 22 Decembre 1818.
Fra Giuseppe Maria De Bonis Ministro Generale dei Minori Conventuali».
Pio VII, messo quindi al corrente dell'avvenimento,
dava incarico al vescovo di Assisi, Mons. Francesco Giampè
di redigere una prima relazione di quanto accaduto. Il vescovo
Giampè, fatta una accurata visita alla basilica di San
Francesco, tenne cinque sessioni: la prima il 26 dicembre 1818,
la seconda il 27, la terza il 28, la quarta il 30, la quinta
e ultima il 1° gennaio 1819. Durante tale visita, il vescovo
Giampè sottopose separatamente ad interrogatorio il padre
Zabberoni Custode del Sacro Convento, fra Giacomo Amelio sacrestano
della Basilica e il muratore Cesare Mariani. Ciascuno, in qualità
di teste oculare, descrisse come si erano svolti i lavori di
scavo e come e quando si arrivò alla scoperta del sepolcro
di San Francesco.
Il Vescovo, nei primi giorni di gennaio, inviò al papa
Pio VII una relazione dettagliata.
Il 9 gennaio 1819, Pio VII, col Breve «Ex parte dilecti
filii», nominava delegati apostolici, per una giuridica
ricognizione del corpo di San Francesco, Francesco Giampè
vescovo di Assisi, Francesco Luigi Piervisani vescovo di Nocera,
Francesco Canali vescovo di Spoleto, Carlo Filesio Cittadini
vescovo di Perugia e Stanislao Lucchesi vescovo di Foligno.
Tale Commissione pontificia, dal 26 gennaio 1819 al 1° febbraio,
in sei sessioni e sopralluoghi, servendosi anche dell'aiuto
di vari periti, si rese conto “de visu” dello stato
delle cose, ed elaborò una minuziosa e accuratissima
descrizione sullo stato di conservazione del corpo di San Francesco.
La relazione prese il nome di «Processo dei cinque vescovi
delegati apostolici».
Il 26 gennaio 1819, i Delegati Apostolici si radunarono nell'appartamento
del Sacro Convento e, chiamato il «procuratore fiscale»,
dott. Luigi Gualaccini, e i periti architetti Bernardino Lorenzini
e Bernardino Barili, decisero di recarsi immediatamente nel
sotterraneo.
In compagnia del padre De Bonis, Ministro generale, dei periti
architetti e del notaio, discesero nella basilica inferiore
e, per mezzo di una scala, si reintrodussero nel sotterraneo,
lo attraversarono e giunsero fin sotto l'altare maggiore, arrivando
al sepolcreto, dove videro un grande lastrone di pietra che
sovrastava il sarcofago (altri due lastroni, incastrati nei
quattro muri, erano stati ridotti a pezzi).
Decisero di rimuovere la grande pietra, ma non essendo possibile
estrarla attraverso il corridoio già praticato, pensarono
di tagliare il muro e lo scoglio verso nord, fino al pavimento
della chiesa, e, attraverso questa seconda apertura, furono
estratti sia il lastrone di pietra, sia la griglia di ferro
(quella superiore), dopo aver tagliato i grossi bracci che la
tenevano fortemente legata alla griglia inferiore, sottostante
al sarcofago.
Fu sfondato il muro del lato ovest per creare maggiore spazio
necessario per il numero delle persone che dovevano assistere
all'operazione. Furono chiamati i medici Antonio Romagnoli e
Giosafat Rossi, nonché i chirurgi Stanislao Battaglia
e Giambattista Paoli, i quali presero visione dello scheletro
giacente nel fondo del sarcofago di travertino e sentenziarono
che si trattava dello scheletro di una persona adulta.
Tali periti stesero una descrizione dettagliata dello stato
di conservazione del cadavere e delle singole parti che lo componevano.
Il testo fu redatto alla presenza dei Vescovi delegati apostolici,
presenti anche diversi religiosi «Minori Osservanti, Cappuccini,
Riformati e del Terz'ordine», invitati dal Ministro Generale
De Bonis.
Dagli atti della quarta sessione del «Processo»
si apprende che certe alterazioni riscontrate nello scheletro
dovevano attribuirsi (secondo il parere dei medici e chirurgi)
all'umidità del luogo. Giova infatti ricordare che il
sarcofago era circondato dallo scoglio in tutti i lati e che
al di sopra vi era un enorme masso di calcestruzzo. Scoglio
e calcestruzzo furono, per tanti secoli, fonte di umidità
a non finire.
Tutti furono del parere «che lo scheletro venisse immediatamente
levato dall'urna e posto diligentemente in una cassa di legno,
da riporsi dentro la stessa urna di travertino».
Tuttavia, in seguito, si pensò di sistemare lo scheletro
in tre cassette: una doveva contenere il cranio, la seconda
il resto dello scheletro, la terza le polveri e i frantumi.
Così fu fatto: le tre cassette vennero sigillate e riposte
dentro il sarcofago.
Come se non fosse sufficiente il referto dei cinque vescovi
umbri, coadiuvati da periti, il Pontefice Pio VII nominò,
in data 24 agosto 1819, una Commissione composta da quattro
Cardinali, perché riesaminasse la relazione o «Processo»
dei suddetti vescovi e notificasse le proprie conclusioni.
Dopo tale severo e coscienzioso procedimento, Pio VII, in data
5 settembre 1820, emanava il Breve «Assisiensem Basilicam»,
dichiarando «essere certa l'identità del corpo
di San Francesco trovato sotto l'altare maggiore della Basilica
inferiore di Assisi». Disponeva, inoltre, che «il
venerabile corpo non si trasportasse altrove dal luogo sotterraneo
in cui era stato per quasi sei secoli».
Una dettagliata “pagina”, stilata dal dottor Giosafat
Rossi, presente alla ricognizione del corpo di San Francesco,
informa circa il contenuto del sepolcro: «Aveva questo
scheletro al lato destro, prossimamente alla testa una pietra
informe, ed al sinistro fra il fianco e le spalle tre pezzi
di metallo di figura rotonda, e della dimensione delle così
dette “monete di terza forma”. All'estremità
della cassa esisteva un anello, che sembrò di metallo.
Vicino a questo rimarcossi un frammento di metallo con patina
verde e poco lungi una specie di spillo rilucente. Sotto le
ossa dei piedi, presso l'estremità dell'urna, si contarono
vent'otto globetti di corona, posti disordinatamente. Agli archeologi
subentrarono i Medici ed i Chirurgi per l'oggetto di riferire
tutto quello che riconoscer poteasi sopra lo scheletro, senza
però porvi mano. Indicarono essi, che quello era di corpo
umano, situato nell'urna, ed aveva la lunghezza di palmi sei
ed once tre.
Quindi nell'osservare la colonna vertebrale caddero sotto i
loro occhi per lo primo quattro vertebre lombari, e l'osso sagro
col coccige ripiegato in avanti, in appresso le ossa della pelvi,
le quali rimanevano quasi in istato naturale (…). Una
notabilissima variazione trovata nelle ossa del cranio e della
faccia, rese necessario il giudizio di un perito chimico; venne
pertanto chiamato il sig. Luigi Canali di Perugia, uomo sì
nelle cose chimiche, che nelle fisiche peritissimo, e riferì
di avervi rimarcato alcune particelle rilucenti, le quali potevano
essere cristallizzazione calcaree, prodotte dell'umido penetrato
dal monte, ciò che veniva confermato dall'aver vedute
le stesse cristallizzazioni lucide sparse per l'urna, ed in
specie dalla parte ove riposava il cranio. Tutti i così
dati giudizi però potevano essere incerti, se non si
veniva ad una ispezione palpabile, levando gli oggetti ed osservati
dal loro luogo. Che però con decreto dei Delegati Apostolici
fu raccolta la pietra, le monete, l'anello, i globi di corona,
ed il frammento metallico, ed il tutto riposto in una cassetta
di legno ammagliata e contraddistinta dai sigilli dei cinque
Delegati Apostolici».
Paolo Rossi
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